Continuavano a chiamarla “stabilità”

Fra gli espedienti di bassa cucina per risolvere i problemi del bilancio, il governo presto passerà all’incasso dell’acconto fiscale dovuto il 2 dicembre. Per l’Irpef e l’Irap esso passa dal 99 per cento al 100 tondo. Per l’Ires, l’imposta sulle società, aumenta dal 100 al 101, violando il principio di capacità contributiva dell’articolo 53 della Costituzione e anche quello di eguaglianza dell’articolo 3, in quanto ciò riguarda solo i soggetti Ires.
12 AGO 20
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Fra gli espedienti di bassa cucina per risolvere i problemi del bilancio, il governo presto passerà all’incasso dell’acconto fiscale dovuto il 2 dicembre. Per l’Irpef e l’Irap esso passa dal 99 per cento al 100 tondo. Per l’Ires, l’imposta sulle società, aumenta dal 100 al 101, violando il principio di capacità contributiva dell’articolo 53 della Costituzione e anche quello di eguaglianza dell’articolo 3, in quanto ciò riguarda solo i soggetti Ires. Pare che per le banche l’acconto possa arrivare anche al 116 per cento, una sorta di prestito forzoso. L’acconto si calcola sul reddito dell’anno prima. Quando l’economia cresce in modo significativo e il tasso di inflazione è attorno al 2 per cento, un acconto fiscale di 100 su 100 può essere accettabile, perché si suppone che solo una parte minore dei contribuenti avrà un reddito in diminuzione su cui dovrà versare una cifra superiore all’imposta futura. Ma quest’anno il nostro pil in termini reali scende dell’1,8 per cento; nel 2014 l’aumento in termini reali del pil è stimato sullo 0,8 e il tasso di inflazione sarà ancora basso. Data l’insufficiente ripresa, molti contribuenti verseranno quindi un importo maggiore del tributo effettivamente dovuto in futuro. Questo aumento dell’acconto è anche finanziariamente aberrante, perché comporta che il fisco nel 2014 dovrà incassare di meno, salvo perpetuare la prassi di acconti superiori alle imposte dovute. Infine: l’acconto fu inasprito dal governo Letta anche per evitare l’aumento dell’Iva, che però nel frattempo c’è stato! Fra un rattoppo e l’altro, il governo rimane alla continua ricerca di spiccioli mensili. Ieri, finalmente, ha annunciato tagli per 32 miliardi di spesa pubblica: saranno decisi però da 20 gruppi di lavoro, nel giro di 3 anni, con le prime “decisioni politiche” attese per aprile prossimo. Nel frattempo, ci si rifà sul contribuente con uno stillicidio di aumenti fiscali spacciati per “stabilità”.